I colori del Buio
Il nuovo romanzo di Laura Boerci e Filippo Visentin
I colori del buio dipingono l'affresco della vicenda sentimentale ed umana di Marta e Sergio, qualcosa di più di una storia d'amore: l'intreccio di due universi in apparenza lontani, che, rapiti dalla magia dell'incontro, si scambiano le rispettive visioni del mondo, convergono abbattendo le barriere della disabilità e delle differenze sociali, condividono preziosi, quanto fugaci, scampoli di vita. Sullo sfondo, i pregiudizi antichi e sempre duri a morire, derivanti dall'ignoranza e dalla paura, sui quali il romanzo getta una luce discreta, ma decisa, consegnando al lettore la necessità di incamminarsi verso quell'apertura mentale che sola può arricchire di contenuto e di significato le relazioni tra gli esseri umani. Un viaggio in un'Italia rurale che non c'è più, abbagliata dalla promessa frastornante del "miracolo economico", ma ancora immersa nella ricerca di sè, dopo la tragedia della seconda guerra mondiale e l'esperienza, esaltante e tragica, della Resistenza.
Prefazione al romanzo, di Daniela Floriduz (*)
E' la primavera del 1948. L'Italia, nella decisiva tornata elettorale del 18 aprile, si appresta a consegnare il proprio futuro a "due opposte Chiese": quella comunista e quella cattolica. La Grande Storia irrompe nel microcosmo rurale di Badile, borgo situato a una decina di chilometri da Milano. La vita di quella piccola comunità, scandita dal ritmo eterno delle stagioni e dei riti religiosi, registra con sgomento e stupore il "nuovo che avanza": i giovani avvertono la presenza di un futuro che preme, incalzante, inducendoli a coltivare speranze di riscatto sociale, di una vita diversa da quella dei padri; le donne sono chiamate a nuove responsabilità politiche, sono combattute fra la fissazione tradizionale del loro ruolo e il desiderio di affermare se stesse e si interrogano su un domani, reso incerto dalla guerra appena conclusa, dalla miseria imperante. Sullo sfondo, avanzano, rombando, i nuovi simboli del progresso, dalla Gilera alla Topolino, premonitori di quell'avvenire industriale del Nord Italia che esploderà nel boom economico, nel miracolo italiano. Badile è cifra, metafora di altrettanti paesini adagiati sulle campagne del Lombardo-Veneto, dove la povertà impone la sua ferrea legge di stenti e ristrettezze, attivando meccanismi di solidarietà, di vicinato, ma anche attizzando pregiudizi atavici, nutriti di pettegolezzo paesano. Su questo sfondo, campeggia la storia di Sergio e Marta, una storia che potremmo definire come la traduzione concreta, affettiva, di ciò che comunemente va sotto il nome di integrazione sociale. I due protagonisti, infatti, ben lungi dal rappresentare esclusivamente se stessi, permettono di mettere in scena da un lato il pregiudizio di classe, dall'altro la disabilità, in particolare quella visiva. Potrà mai sorgere una storia d'amore tra una contadina ed un ricco borghese, colpito alla nascita dalla cecità? E' una domanda che risuona con accenti immutati anche oggi, quando tante barriere si sono sgretolate, anche per effetto dei mass media, che hanno contribuito, in parte, ad avvicinare le persone, ad estirpare l'ignoranza. Eppure, anche nelle nostre società cosiddette evolute, è ancora necessario abbattere innumerevoli clichè fossilizzati che, rendendo miopi gli occhi delle menti, impediscono di osservare le persone per ciò che sono, al di là delle loro caratteristiche esteriori. Anche oggi la "diversità" genera timore, non curiosità e viene vista e vissuta come un limite, non tanto come una forma di arricchimento, forse per il disagio inconsapevole che impedisce a molti di guardarsi dentro, per la paura di incontrare quell'alterità profonda che abita dentro ad ognuno, alterità con la quale la frenesia della vita quotidiana vieta di fare concretamente e seriamente i conti. L'incontro tra Marta e Sergio è descritto senza accenti di retorica e di pietismo, due tonalità che accade assai di frequente di incontrare oggi, in una società che vive di strumentalizzazioni, inducendo di frequente a distogliere lo sguardo dal nucleo essenziale, problematico e stimolante della disabilità. Dunque, due universi che, intrecciandosi, si completano e si estendono, esplorando non solo tonalità emotive inedite, ma anche un vissuto di esperienze che solo raramente hanno l'opportunità e la fortunata coincidenza di dilatarsi, trascendendo se stesse. Dopo l'incontro, qualunque ne sia l'esito, Marta e Sergio sono entrambi mutati nel profondo, cresciuti, diventati migliori. Per entrambi, si tratta di una scuola di emozioni di rara intensità, che conferisce significato e pregnanza ad una vita, resa grigia dalla miseria da un lato, dall'ingiustizia ottusa della forzata solitudine dall'altro. Un romanzo di formazione, che descrive il sogno di non finire con le spalle al muro dopo essere stati espropriati di un futuro autentico, personale, autonomo, da un destino già assegnato alla nascita. Un canto alla vita, che esplode con i colori della primavera e delle speranze tipiche di quella stagione creativa che è l'adolescenza. Gli autori hanno dipanato la storia osservandola dall'angolatura prospettica dei vari personaggi, orchestrando sapientemente il filo della suspance, mantenendo il lettore in sospeso nei momenti decisivi della narrazione. Hanno saputo scambiarsi il testimone del racconto in una sorta di staffetta narrativa, che conferisce equilibrio al romanzo, attraverso un duetto che, non di rado, esplode nell'unisono. L'impianto assume a volte un'architettura teatrale, sulla quale le battute dei personaggi si stagliano, riempiendo la scena. Il linguaggio accarezza, sfiorandoli, i turbamenti, le intenzioni, i pensieri nascosti nelle pieghe dell'animo dei personaggi, oppure, assumendo accenti di brillante ironia, alleggerisce la tensione narrativa, imprimendovi quella tinta popolare, che è dato di riscontrare, ad esempio, nella cinematografia neorealista che ritraeva la stessa cornice storica del romanzo. Piacevolissimi squarci dialettali, che sembrano quasi sfuggiti alle labbra dei personaggi, conferiscono spontaneità e colore al racconto, esaltandone la forza e la vivacità scenica.
(*) Daniela Floriduz, non vedente, è nata nel 1972 a Pordenone, dove vive e dove insegna storia e filosofia presso il Liceo Classico Giacomo Leopardi. Nel 2003 ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia presso l'Università degli Studi di Trieste.
Al fine di agevolare la lettura ai disabili visivi, abbiamo voluto realizzare, grazie al prezioso contributo di Silvia Camatta, che ci ha donato la sua voce e la sua straordinaria capacità di interpretazione, anche una versione audio del romanzo.
Clicca qui per ascoltarne un breve frammento
Un grazie sincero a Graziella e Claudio del Sir Francis Drake Pub di Padova per l'incoraggiamento e il supporto costante nella promozione del libro.
Links
Edizioni Ibiskos
www.ibiskoseditricerisolo.it
Laura Boerci - Sito Ufficiale
www.lauraboerci.com
Pulsante Radio Web
www.internettabile.org/pulsanteradioweb
Recensione del romanzo su
Caffè Letterario